giovedì 1 marzo 2012

LA CICLICITA' (5a e ultima parte)

Dal campo della cronobiologia è quasi 'naturale' passare, ovvero, ritornare adesso al campo dell'esperienza della ciclicità, e vi propongo di farlo attraverso la storia di due pratiche corporee di cui posso fornire testimonianza diretta: l'osservazione del ciclo mestruale attraverso l'autovisita ginecologica nei gruppi di self-help femminista; il filone corporeo in psicoterapia, in particolare, l'approccio denominato "Analisi Bioenergetica" fondato da Alexander Lowen (1910-2008) negli anni '50 del secolo scorso.

Nell'ambito del movimento femminista degli anni '70-'80, del secolo appena trascorso, prese forma, a partire da un gruppo di donne di Los Angeles, una pratica per la riappropriazione della propria corporeità sessuata, che si basava sull'imparare ad usare lo speculum, il divaricatore delle pareti vaginali, e con l'ausilio di una semplice torcia e di un comune specchietto a due lenti - una normale ed una ingrandente - osservare lo stato e i cambiamenti ciclici della vagina e del collo dell'utero, da sole e in gruppo.

Per descrivere che cosa ha significato quella pratica che, in un certo periodo, divenne quasi il crisma dell'appartenenza al movimento femminista, in particolare a Roma, si possono fissare alcuni punti:

- rinnovamento e completamento dell'immagine corporea attraverso la percezione visiva dei genitali esterni e interni e, quindi, incremento della percezione cenestesica (autopercezione interna) degli stessi;

- sviluppo del senso di integrità psicofisica;

- sviluppo del senso di padronanza psicofisica;

- rinnovamento della propria identità sessuata in senso positivo con aumento dell'autostima;

- rinnovamento in senso positivo dell'identità collettiva di donne, attraverso la sperimentazione della condivisione e del rispecchiamento con le altre donne del gruppo di self-help;

- esperienza vissuta della ciclicità come valore e come fondamento dell'identità non solo femminile, anche se nelle donne più evidente e direttamente connessa alla vita e alla sua perpetuazione.

Dal punto di vista sociologico, si può affermare che si trattò di un evento assolutamente eccezionale, nell'Occidente moderno, di intimità corporea tra donne - in maggioranza altamente scolarizzate e integrate nella cultura moderna -, intimità finalizzata alla conoscenza e al sostegno reciproco, simile, quindi, ad esperienze rilevabili solo in culture tradizionali, o in subculture all'interno dell'Occidente, anche se, ovviamente, in forme diverse. Quest'esperienza eccezionale fu resa possibile dalla funzione 'contenitrice' del movimento politico delle donne. Il movimento politico delle donne ebbe un ruolo indispensabile di contenitore psico-spcoale nelle due direzioni, esterna ed interna: verso l'esterno, come protezione rispetto a paradigmi valutativi ufficiali fortemente contrari; verso l'interno, come protezione rispetto all'intensità e alla complessità emotiva dell'esperienza della corporeità sessuata condivisa. E' importante che di tale esperienza non solo rimanga memoria, ma che venga considerata e studiata come un evento di particolare importanza dal punto di vista socio-psicologico, non soltanto per quello che riguarda la storia del movimento politico delle donne.

Per quello che riguarda l'Analisi Bioenergetica, si può dire che si tratti del più importante approccio psicoterapeutico a mediazione corporea. Approccio fondato negli anni '50, del secolo scorso, negli USA, da Alexander Lowen, allievo di Wilhelm Reich, colui che teorizzò l'identità funzionale tra psiche e soma - considerandole due manifestazioni della stessa essenza - ed aprì così la strada alla prospettiva psicosomatica. Reich si era staccato dalla scuola psicanalitica freudiana, sostenendo che la "via regia" all'inconscio, ancora più che i sogni e le libere associazioni, fosse il linguaggio corporeo e, in particolare, lo studio delle vicissitudini della respirazione e della posturalità. Lowen proseguì su questa linea che aveva introdotto la corporeità vssuta, e non solo oggettivata, nell'ambito psicoterapeutico, sviluppando ulteriormente l'esperienza della ciclicità vissuta, come modello "naturale" per l'autoregolazione energetico-emozionale. Nella sua lunga vita di lavoro, Lowen è arrivato a definire un modello di identità adulta, in senso psico-corporeo, basata sulla corporeità e sulla ciclicità, per radicare le persone nel loro ambiente naturale e relazionale. La piccola esperienza sul respiro e la posturalità, che vi ho proposto all'inizio di questo incontro, costituisce un primo approccio al concetto di grounding, ovvero, al radicamento nei ritmi naturali e nel pianeta Terra, che caratterizza l'Analisi Bioenergetica.

Desidero terminare sotto il segno di Venere, perchè credo sia il "mitema" collegato alla ciclicità, intesa come ricerca di proporzioni e di connessioni armoniose. Lei nasce dalle onde del mare, contenuta in una conchiglia! Concludo, dunque, nel suo nome dopo aver passato in rassegna una quantità di oggetti, di simboli, di azioni che, da sempre, sono considerati pertinenti alla Dea, come mele, rose, conchiglie, onde, stelle a cinque punte, danze sinuose, i genitali femminili, l'onda del respiro e l'onda del sangue, il messaggero di Eros.


BIBLIOGRAFIA

Adriana Cavarero e Franco Restaino, "Le filosofie femministe", B.Mondadori, 2002


Roberto Ciancarelli e Stefano Ruggeri, " Il teatro e le leggi dell'organicità", Dino Audino editore, 2005


Alberto M. Cirese, "Cultura egemonica e culture subalterne", Palumbo ed.re, 1973


Mircea Eliade, "Trattato di storia delle religioni", Boringhieri, 1992


Anna Ferraris e Alberto Oliverio, "I ritmi della vita", Editori Riuniti, 1983


Marija Gimbutas, "Il linguaggio della Dea", Venexia, 2008


Livia Geloso, "Grounding e integrazione della personalità", Congresso EAP 1997, e "Il fuoco della vita", Corso Counselling Siab Catania 2005, disponibili sul sito www.bioenergetic.it; altri testi collegati sono disponibili sul blog: www.liviageloso.blogspot.com


Mario Livio, "La sezione aurea. Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni", BUR, 2008


Alexander Lowen, "Bioenergetica", Feltrinelli, 1991; "Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica. Gli esercizi", Astrolabio, 1979; "Il piacere", Astrolabio, 1984


Giacomo Marramao, "Minima temporalia. Tempo, spazio, esperienza", Luca Sassella Editore, 2005


Luciana Percovich, "La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni '70", Fondazione Elvira Badaracco-Milano e Franco Angeli Editore, 2005 (si può richiedere alla Fond. Badaracco: fondbadaracco@mclink.it)


Max Scheler, "L'essenza della filosofia", Rubbettino, 2001


Maria Zambrano, "Verso un sapere dell'anima", Cortina Editore, 1996




LA CICLICITA' (4° parte)

"Ogni creatura terrestre, dagli organismi composti di una sola cellula all'uomo, raggiunge quegli stadi che garantiscono la sua sopravvivenza e quella della specie, grazie a dei cicli di attività e di comportamento adatti al proprio ambiente di vita. Alcuni di questi cicli, come la fioritura delle piante, le migrazioni degli uccelli, il ritmo sonno-veglia, ci sono familiari. Altri, invece, sono poco noti o addirittura sconosciuti, ma sono necessari a mantenere quell'equilibrio che è alla base della sopravvivenza. (...) l'esistenza degli organismi viventi è scandita da ritmi temporali che consentono di accordare le funzioni degli organismi stessi con le variazioni periodiche dell'ambiente esterno." Così leggiamo nel saggio divulgativo redatto da Anna Ferraris e Alberto Oliviero, "I Ritmi della Vita". I sincronizzatori esterni fondamentali sono il Sole e la Luna, ma la capacità di darsi un ritmo è endogena, forse, situata nel nucleo delle cellule. "La rotazione della Terra intorno al proprio asse (giorno solare) e la sua rivoluzione attorno al Sole (anno solare) regolano i mutamenti di luce sul nostro pianeta: da qui lo stretto rapporto dei ritmi con la temperatura, col tasso di umidità dell'aria, con la pressione atmosferica e con l'intensità delle radiazioni cosmiche. I venti solari del flusso e del riflusso, l'attrazione lunare, le variazioni annuali sono gli elementi esterni considerati fondamentali che, ripetendosi (forniscono) le basi del ritmo principale del mondo vivente." Così si esprime Gino Baratta, rispetto al tema "Ritmo", nell'Enciclopedia Einaudi (p. 185) e continua alla pagina seguente:"...i ritmi di alternanza di luce e di tenebra, oltre ad essere sincronizzatori, sono anche un eccitante universale. Ritmi di flussi e di riflussi, legati all'attrazione del Sole e della Luna sono alla base dei calendari e delle bussole del mondo vivente. Esiste una profonda comunanza d'organizzazione dei processi fisiologici nel tempo presso gli uni- e i pluricellulari, compresi gli animali superiori e l'uomo. Il medesimo sistema di organizzazione prevede la coincidenza della durata dei ritmi biologici circadiani e stagionali con la durata dei cicli geofisici corrispondenti." E ancora, sempre a p. 186:"Ciascun organismo presenta una molteplicità di processi ritmici i cui cicli sono di differente durata: tanto più l'organismo è organizzato, tanto più complessa risulta la struttura dei suoi ritmi." Gino Baratta ci introduce alla definizione biologica di ritmo (p. 186):"Il ritmo esprime la frequenza di un fenomeno periodico, che ha un carattere ondulatorio, nel quale i massimi e i minimi si ripetono a intervalli regolari. L'intervallo tra due massimi e due minimi esprimerà un ciclo che, a sua volta, presenta una fase ascendente e una fase discendente."

Torniamo, ora, al testo di Ferraris e Oliverio per la definizione di ritmo biologico (pp. 14-15-16):"(Si definisce "ritmo" in senso biologico) Qualunque evento che si ripete a distanza di tempo, sia esso il sonno, l'aumento della temperatura corporea, il pasto o il ciclo mestruale, può essere descritto come 'ritmo'. Il ritmo può ripetersi con regolarità: in questo caso oscilla. Il tempo richiesto affinché ogni oscillazione compia un ciclo completo è detto 'periodo', sia che si tratti di un secondo, di un'ora, di un giorno, di un mese o di un anno, ecc. Il periodo viene rappresentato dalla lettera greca "tau": tau può essere il tempo intercorso tra i picchi di due temperature o tra l'inizio di una mestruazione e quella successiva; può anche essere rappresentato con un giro completo di 360°. Il periodo di un giorno è di 24 ore, il periodo di un ciclo mestruale è di circa 28 giorni. Si chiama 'frequenza' di un ritmo l'inverso del periodo: 1/tau; più lungo è il periodo, più bassa è la frequenza. La temperatura corporea ha una frequenza di 1/24. Per descrivere in maniera più esauriente un fenomeno ritmico che presenta delle variazioni in individui diversi è necessario parlare anche di 'ampiezza'. Ritornando all'esempio della temperatura corporea appare evidente che se la frequenza è più o meno simile in tutti, la punta massima e la minima possono essere molto diverse da un individuo all'altro. Questa differenza si chiama 'ampiezza del ritmo'. Oltre alle differenze di ampiezza, due o più individui possono differenziarsi per i tempi in cui il picco e la caduta della temperatura corporea compaiono durante la giornata. Quest'ultima differenza si chiama 'fase'. Per esempio, se una persona lavora di giorno e l'altra di notte, i picchi delle loro temperature corporee sono tra di loro fuori fase di 180° o, più semplicemente si trovano in posizioni opposte. Se poi prendiamo come punto di riferimento i valori medi di una popolazione abituata a lavorare di giorno e a dormire di notte, troveremo che il lavoratore notturno è fuori fase per quanto riguarda la temperatura corporea. Anche nell'ambito di uno stesso individuo si può parlare di ritmo 'in fase' e di ritmo 'fuori fase'. Per esempio, se in una donna l'ovulazione compare sempre tra il 12° e il 13° giorno, o sempre tra il 15° e il 16° giorno, diremo che è in fase, se al contrario in un ciclo compare al 12° giorno e in quello successivo al 16°, diremo che è fuori fase."



martedì 31 gennaio 2012

La Ciclicità (3 parte)

("La Ciclicità", 3 parte)


Prima di passare alla spirale logaritmica, diamo un'occhiata veloce ad una serie di spunti di riflessione offertici da M.Livio. "Nella letteratura matematica specialistica, il simbolo consueto per indicare il rapporto aureo è la lettera greca "TAU" ( ), dal greco tomé, 'taglio' o 'sezione'. Ma all'inizio del XX secolo il matematico Mark Barr ha introdotto l'uso, al posto di Tau, della lettera PHI ( ), dall'iniziale del nome del grande scultore Fidia, vissuto tra il 490 e il 430 a.C. I capolavori di Fidia sono considerati l'Athena Parthenos di Atene e lo Zeus del tempio di Olimpia." (op. cit., p.15) Il rapporto aureo sembra avere una connessione anche con la Luna:"...il riferimento è alla posizione di un anno solare entro il ciclo di 19 anni dopo il quale le fasi lunari ricorrono alle stesse date." (op. cit., p.18) Poco più avanti, l'astrofisico ci mostra che il rapporto aureo collega tra loro: una mela, la stella a cinque punte, un tipo di conchiglie, la disposizione dei petali dei fiori, l'accrescimento delle foglie sui rami. "Si prenda una comunissima mela (...) e la si tagli da parte a parte: constateremo che i semi sono disposti in modo da formare una stella a cinque punte, o pentagono stellato o pentagramma (fig.3). Ebbene, in ciascuno dei cinque triangoli isosceli che formano le punte del pentagramma il rapporto della lunghezza di uno dei lati con la base (implicita) è uguale alla sezione aurea: 1,618..." (op. cit., pp.18-19) In seguito, ci viene presentato un gesto fatto dal Buddha, la presentazione di una rosa al posto di una spiegazione a parole: "La rosa è spesso considerata un simbolo dell'armonia, dell'amore e della bellezza (...) i petali della rosa sono disposti secondo una regola precisa: una regola basata sul rapporto aureo." (op. cit., pp.19-20) E, poi, le conchiglie: "Per quanto riguarda il regno animale, chi non conosce le belle strutture a spirale delle conchiglie, costruite da quegli inconsapevoli architetti che sono i molluschi - in particolare quelli del genere Nautilus, a conchiglia concamerata (come il Nautilis pompilius, fig.4)? Lo Shiva danzante degli Indù ha in mano una conchiglia di questo tipo, considerata uno degli strumenti della Creazione. Le conchiglie hanno anche ispirato molti architetti. Per esempio, l'americano Frank Lloyd Wright ha basato il progetto del Museo Guggenheim di New York sulla struttura del nautilo. Nel museo, i visitatori procedono scendendo una rampa a spirale, mentra la loro sensibilità estetica è saturata dall'arte che osservano, proprio come il mollusco occupa a poco a poco lo spazio disponibile costruendo la sua successione di scompartimenti a spirale. (...) anche la crescita delle conchiglie a spirale segue uno schema governato dal rapporto aureo." (op. cit., pp.20-21) "La successione delle foglie e dei rami ha (...) una componente rotatoria che, con l'avanzamento verso l'alto, traccia intorno al fusto un'elica immaginaria. Schemi analoghi di unità ripetitive sono formati anche dalle squame delle pigne e dai semi del girasole. Il fenomeno ha il nome scientifico di fillotassi (dal Greco: 'disposizione delle foglie'). (op. cit., p.165)

Ritornando all'ambito geometrico-matematico, ci viene fatto notare che "...i poliedri regolari che (come il cubo) possono essere inscritti in una sfera e, in particolare, il dodecaedro (un solido a dodici facce ognuna delle quali è un pentagono regolare) sono strettamente legati al rapporto aureo." (op. cit., p.21) Ci viene anche indicato il fatto che "...il rapporto aureo compare (...) in molte celebri composizioni musicali. In generale, il rapporto aureo è stato usato in alcune opere d'arte per aumentare, per così dire, l'efficacia (visiva o acustica)." (op. cit., p.21) Una caratteristica molto importante del rapporto aureo, trasposto nell'ambito logaritmico, è costituita dalla sua capacità di rappresentare un processo di accrescimento graduale, il più graduale! Infatti, il rapporto aureo è il più lontano di qualunque altro numero irrazionale dal poter essere espresso con una frazione. Dunque, nel caso del rapporto aureo, ci si trova di fronte al più irrazionale dei numeri irrazionali!

La spirale logaritmica è un tipo di linea che viene usata in matematica proprio per illustrare la proprietà della sezione aurea. La caratteristica di questa spirale è, infatti, che la crescita del raggio per unità angolare è proporzionale al raggio stesso. "La spirale logaritmica è anche chiamata 'spirale equiangola', un nome coniato nel 1638 dal matematico e filosofo francese Cartesio (1596-1650), inventore di quel sistema di coordinate, dette appunto 'cartesiane', basate su due assi ortogonali, tuttora usato per definire la posizione di un punto su un piano. L'aggettivo 'equiangola' rispecchia un'altra proprietà unica della spirale logaritmica: tracciando una linea dritta dal polo (punto iniziale) a un punto qualunque della spirale, questa intercetta la curva formando sempre lo stesso angolo (fig. 41). I falconi usano questa proprietà durante la caccia." (op. cit., pp. 180-181) E alle pagine 181-182, leggiamo:"Ancora più stupefacente è che la spirale osservabile nei foraminiferi unicellulari, nei girasoli e nel volo del falcone si trovi in quei sistemi di stelle riunite insieme su un piano comune, come quelle della Via Lattea (...) queste formazioni, che sono state anche chiamate 'universi-isole', sono gigantesche galassie formate da centinaia di miliardi di stelle come il nostro Sole. Studi effettuati con l'Hubble Space Telescope (dove lavora l'autore) hanno rivelato l'esistenza di un centinaio di miliardi di galassie nell'universo visibile, molte delle quali sono 'galassie spirali'.

Adesso, facciamo un bel respiro, lasciamo una suono nell'espirazione, magari emettiamo un bel "Haaaaa!", sciogliamoci un po', possiamo anche fare un giro per la stanza e sgranchire le gambe. Godiamo del fluire della vita in noi, del nostro essere vita!Quando riprendiamo a leggere, teniamo conto del panorama fatto di molteplici rappresentazioni in cui abbiamo spaziato, dal campo del sacro al campo dell'arte, dal campo delle scienze matematico-geometriche ai campi della botanica e della zoologia. Ora, passiamo ad interessarci del collegamento della ciclicità con la ritmicità, e lo facciamo inoltrandoci nel campo della cronobiologia, dal Greco 'kronos', la scienza che studia le fluttuazioni periodiche di funzioni e parametri biologici degli organismi viventi. Questi cicli sono anche detti ritmi biologici, o ritmi della vita. Possiamo dire che il rapporto tra "ciclo" e "ritmo" stia nel fatto che il ciclo definisce un insieme temporale caratterizzato dall'alternarsi di fasi opposte-complementari; il ritmo, all'interno di questa "forma-tempo", definisce le scansioni delle varie fasi, ovvero la loro durata. In realtà, la ciclicità e la ritmicità sono così strettamente connesse - tanto da sembrare impossibile che possano esistere una senza l'altra! - da essere usate spesso come sinonimi. Così, per esempio, il ciclo mestruale è un esempio di ritmo biologico, e i metodi di rilevazione dell'ovulazione sono chiamati "Ritmi". Mi interessa particolarmente far notare che alla base della nozione di "ritmo", sembra stare la coppia concettuale "quantità/qualità", espressa nell'alternarsi del "continuo/discreto" all'interno dei fenomeni, secondo diverse configurazioni formali. Le variazioni dei tempi e della durata dell'attività biologica degli organismi viventi vengono studiati relativamente a molti processi essenziali negli esseri umani, negli animali e nelle piante. Sono stati definiti tre tipi fondamentali di ritmo biologico rispetto alla durata complessiva del ritmo stesso:

- ritmo circadiano, di circa 24 ore ("dies" = "giorno" in Latino), come il ciclo veglia-sonno;

- ritmo infradiano, cioè meno (infra-) frequente di 24 h, e quindi più corto di un giorno, come il ciclo del sonno REM (quello con i sogni) che è di 90 minuti (durata media anche dei film!); il ciclo nasale che è di 4 h; o il ciclo di produzione dell'ormone della crescita, che è di 3 h;

- ritmo ultradiano, più (ultra-) frequente di 24 h, e quindi più lungo di un giorno, come il ciclo mestruale, che è di circa 28 giorni.

(continua)


domenica 29 gennaio 2012

La Ciclicità, (2 parte)

Proseguendo con Ejzestejn la nostra ricognizione relativa alla presenza della linea serpentina, ci viene descritta, a p.43, la sua desacralizzazione e riduzione ad elemento di cultura estetica. Rispetto a questo nuovo ruolo, ci viene presentato un famoso saggio dedicato alla linea serpentina, "Analisi del Bello", di William Hogarth (1753), che la definisce "linea del Bello" per la sua capacità di fascinazione. Hogarth la pose alla base dell'arte di variare bene, in quanto questa linea si presta alla più grande multiformità di variazioni possibili: "The art of composing well is no more that the art of varying well." (L'arte del comporre bene non è altro che l'arte di variare bene.) Grazie alle riflessioni di Hogarth, ci rendiamo conto che, al contrario, l'arco circolare e la retta costituiscono un elemento statico. Ed anche che la linea serpentina. o linea della varietà e del Bello, fanno parte della natura e di noi, basta porre attenzione al movimento corporeo che è ondeggiante, come si può notare osservando l'ombra del capo di una persona che si muove lungo un muro. Da qui, Hogarth passa ad esaminare le danze.

Ma rimaniamo nell'ambito del corpo umano: le ossa non si sviluppano in linea retta, ma mostrano avvitamenti, e i muscoli che vi si inseriscono e che li avvolgono mostrano, a loro volta, linee serpeggianti, particolarmente negli arti. Poniamo attenzione al fatto che la linea serpentina rappresenta la spirale in proiezione orizzontale. Hogarth la visualizzava come una linea che avvolge un cono, dunque, come una linea che sorge da un punto, che si svolge e si riavvolge, ritornando ad essere un punto.

Un altro testo viene citato da Ejzestejn, "The curves of Life" di Th. A. Cook (London, 1914), dove viene affermato che la linea serpentina rappresenta la linea e la forma che caratterizzano il processo di crescita e del movimento organico con i seguenti esempi: peristalsi, traiettoria di un'ala, andatura umana, elica dell'apparato seminale del Tiglio, il tronco dell'albero, la formazione di alcune conchiglie, dell'osso umano, il movimento dello spermatozoo, di un uragano, del vento del deserto. (op. cit., p.48)

Per fare un ponte tra arte e scienza, ora, ci avvarremo delle parole di uno dei due curatori della raccolta a cui stiamo facendo riferimento. A p. 20, Stefano Ruggeri scrive: "Volendo ricondurre le acute osservazioni di Hogarth sulla presenza in natura e nell'arte della linea serpentina a studi scientifici di morfologia, ci si rende immediatamente conto di come lo sguardo del pittore inglese si fosse posato su qualcosa di ben noto alla ricerca. La linea serpentina non era altro che lo sviluppo tridimensionale di ciò che per i matematici è la spirale logaritmica. Questo particolare tipo di conica, già conosciuta e studiata dai Greci, è presente in natura; molte strutture organiche hanno una disposizione a spirale logaritmica, si guardino le corna di alcuni animali o l'infiorescenza del girasole, la conchiglia del Nautilus pompilius o la traiettoria di volo dei falconi durante la caccia. Benchè come sottolinea D'Archy W. Thompson in uno degli studi più noti di morfologia ("Crescita e forma", Boringhieri, 2001, pp. 191-222), non esista una sola legge di accrescimento o d'accumulo a governare lo sviluppo di queste forme che sono biologicamente diverse, esiste invece un'innegabile e sola legge matematica. Indissolubilmente legati agli studi sulla spirale logaritmica sono due altri principi matematici, allo stesso modo ricorrenti nella morfologia naturale, la sezione aurea e la sequenza numerica di Fibonacci." Si può dire, dunque, che ci troviamo di fronte alla rappresentazione geometrico-matematica della ciclicità. In particolare, possiamo dire che la sezione aurea rappresenta un caso particolare di proporzione, particolare perchè amalgama sia il significato quantitativo che quello estetico di proporzione. Dunque, unisce l'aspetto quantitativo con l'aspetto qualitativo dell'esperienza, anche ad un livello conoscitivo-rappresentativo. Mi sembra interessante ricordare che, dal punto di vista simbolico-mitologico, tutto questo era rappresentato dagli amplessi di Marte - aspetto quantitativo-energetico - con Venere - aspetto qualitativo-sensoriale -, ritratti dai Greci e, poi, ripresi ampiamente, non a caso, nel Rinascimento. E come non ricordare la caratteristica curva del tratto leonardesco?!

"Nel Rinascimento al principio di sezione aurea fu collegato un carattere di perfezione estetica. Per i trattatisti del Cinquecento la sezione aurea è il rapporto perfetto di proporzionalità, quello che meglio corrisponde al concetto di unità nella diversità." (op. cit., p.26) "Il rapporto aureo è uno splendido esempio di quel profondo senso di meraviglia cui Einstein attribuiva tanta importanza. Secondo Einstein 'quella del mistero è la più straordinaria esperienza che ci sia dato vivere. E' l'emozione fondamentale situata al centro della vera arte e della vera scienza.'" Così ci introduce allo studio della "divina proporzione" Mario Livio, astrofisico, nel suo libro di successo: "La sezione aurea. Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni" (2008, quarta edizione).

La meraviglia, il mistero, il piacere di vivere possono venire espressi - si è cercato di farlo - in termini geometrico-matematici attraverso il rapporto aureo. Ma vediamo di ricordarci in cosa consiste questa rappresentazione geometrico-matematica, perchè tutti/e l'abbiamo studiata a scuola, nella versione attribuita ad Euclide, colui che è stato considerato il fondatore della geometria in quanto sistema deduttivo, nel terzo secolo a.C. Euclide fu colpito da un particolare rapporto di lunghezze, ottenuto dividendo una linea secondo quella che chiamò la sua "proporzione estrema e media": "Si può dire che una linea retta sia stata divisa secondo la proporzione estrema e media quando l'intera linea sta alla parte maggiore così come la maggiore sta alla minore." ("La sezione aurea", p. 12)


"...il valore esatto del rapporto aureo (il rapporto AC/CB nella figura 2) corrisponde al numero 1,6180339887...con infinite cifre decimali prive di sequenze ripetitive..."(op. cit., p.13), si tratta, dunque, di un numero interminabile, che "non appartiene né alla famiglia dei numeri interi (i "numeri" per antonomasia: 1, 2, 3...) né a quello dei rapporti tra gli interi (come le frazioni 1/2, 2/3, 3/4...)..." (op. cit., p.13); queste due categorie - numeri interi e rapporti tra numeri interi - erano state chiamate "numeri razionali". La scoperta del rapporto aureo, nel V secolo a.C., fu la scoperta - sconvolgente! - di un altro tipo di numeri che vennero chiamati "numeri irrazionali". "Il fatto che la sezione aurea non si possa esprimere per mezzo di una frazione (cioè come un numero razionale) significa semplicemente che è impossibile trovare due numeri interi il cui rapporto corrisponda esattamente al rapporto delle lunghezze di AC e CB della figura 1. (...) Quando, come in questo caso, due lunghezze non sono multipli interi di un'unità di misura comune, sono dette incommesurabili. La scoperta che il rapporto aureo è un numero irrazionale fu, quindi, anche la scoperta dell'incommensurabilità." (op.cit., pp.14-15) Irrazionalità, infinito, incommensurabilità, concetti esplosivi che il "razionalismo" occidentale ha portato in sé, fin dal suo inizio, come contraddizioni da tenere a bada, anche da nascondere, e che avevano a che fare - guarda caso! - con la natura, con il piacere di vivere, con la ricerca dell'armonia tra gli opposti!

(continua)









mercoledì 18 gennaio 2012

LA CICLICITA'

Livia Geloso, gennaio 2012

Il logocentrismo occidentale ha spezzato la ciclicità e si è ritrovato in mano la "circolarità" e la "linearità" disgiunte. Non ne è venuto niente di buono da questa disgiunzione: la circolarità, il ritorno quotidiano e piatto dell'uguale, ha caratterizzato l'attività "femminile" di cura, accudimento e riproduzione della forza-lavoro nell'istituzione-famiglia; la "linearità" ha caratterizzato l'attività "maschile", esprimendosi perfettamente nella "catena di montaggio" dell'istituzione-fabbrica, prima, e poi nella frenesia del mercato finanziario, dove nulla è prevedibile, dove si corre verso l'autodistruzione del sistema e del mondo. Come sta dimostrando la crisi economica in corso, prima crisi provocata dal folle gioco finanziario, folle proprio in quanto ha perso ogni rapporto con la concretezza della vita. E' evidente che occorre cambiare marcia. Forse, la riflessione sulla necessità del recupero, prima di tutto, esperienziale, della ciclicità, può contribuire al cambiamento. Io lo spero. Riprendiamoci la vita, (ri-)cominciamo adesso! La "ciclicità" è, prima di tutto un'esperienza, un'esperienza che riunifica tempo e spazio, tempo e corporeità. La ciclicità è la vita in noi, ed anche il nostro "essere vita". La ciclicità è un'onda, l'onda del nostro respiro, l'onda circolatoria del nostro sangue, l'onda delle nostre emozioni. La ciclicità è la possibilità di tornare, trasformandoci, e di andare avanti senza perdere ciò che è fondamentale...e di fare entrambe le cose insieme! La ciclicità non è "circolarità", ovvero, una "linearità" che gira su se stessa. La ciclicità è l'insieme della "circolarità" e della "linearità", potremmo dire che è l'insieme del "femminile" e del "maschile", dello "yin" e dello "yang". E' un movimento circolare che si dipana lungo un asse, che gli ci si attorciglia intorno, che lo avvolge.

Facciamo una breve nota antropologica e vediamo che l'Occidente ha tacciato di "circolarità" arcaica e ripetitiva le culture tradizionali, ovvero tutte le altre culture, contrapponendosi ad esse come unico esempio di "linearità" progressiva e progressista! La ciclicità, dunque, è una "esperienza" ma è anche una "rappresentazione": si tratta di riunificare anche qui una scissione logocentrica che segna l'inizio della storia dell'Occidente, e di provare ad affermare che nella contrapposizione "logos/vita", non è al concetto di "logos" che intendiamo più dare la precedenza e il valore, anzi, che vogliamo proprio cambiare modo di pensare il "logos", ovvero, il "pensiero razionale" e la sua funzione. Perché è possibile pensare la vita a partire dalla vita, non come un dono, ma come il fondamento; pensarla nel modo più completo possibile, quindi, in dialogo con la morte, con la morte come sua parte integrante, non come suo opposto inconciliabile.

Proprio il dialogo tra gli opposti è stato messo in crisi, soprattutto in Occidente, qualche millennio fa, ed è al risanamento di tale dialogo che è dedicato questo lavoro sulla ciclicità, ed anche alla "forma" di tale dialogo: la linea serpentina. La linea serpentina esprime graficamente il movimento perenne che avviene attraverso il trapasso nell'opposto. Ne parla diffusamente il grande regista russo Sergej M. Ejzestejn nelle sue riflessioni sul montaggio cinematografico, riportate nell'interessante raccolta "Il teatro e le leggi dell'organicità" (2006) a p.41: "Esiste una linea che sia sotto il profilo formale che sotto il profilo tematico si è dimostrata provvista di un senso che agisce sul piano dell'immagine. Ed è una linea di questo tipo ( disegno di una linea ondulata come la lettera "S" coricata). Essa esprime graficamente la legge di costruzione dell'intreccio narrativo. Essa realizza il massimo avvicinamento plastico alla figurazione di un contenuto psicologico contraddittorio. Si tratta di un'iscrizione grafica di questa regolarità fondamentale: il trapasso di ogni singola azione e dell'intero corso dell'azione nel proprio contrario." E ancora, sempre a p.41, leggiamo:"...la nostra linea è di per se stessa significativa, in quanto essa procede a mettere graficamente in immagine uno dei processi essenziali della formazione e movimento di un ordine naturale prestabilito. Se le cose stanno così, dobbiamo legittimamente aspettarci che questa importante linea curva sia stata utilizzata anche in tempi e luoghi remoti sul piano simbolico e culturale. E, in effetti, essa compare, per esempio, in Oriente, con un valore simbolico molto preciso, di solito, racchiusa in un cerchio (disegno del simbolo del Tao)." Nel pensiero cinese taoista questo è il simbolo della "generazione": rappresenta due draghi, uno bianco e uno nero, che si inseguono all'interno del cerchio, ovvero, rappresenta la natura duale-processuale della realtà, composta dallo yin e dallo yang, le due forme dell' energia, tra i vari significati.

(continua)


venerdì 13 gennaio 2012

IL LABIRINTO DELLA CONOSCENZA E IL FILO DI ARIANNA-METIS.

Livia Geloso, 2009-2011



"Pensare è entrare nel labirinto, più esattamente è far essere e apparire il labirinto,

quando si sarebbe potuti restare adagiati tra i fiori, giacendo di fronte al cielo."

Cornelius Castoriadis


"Se ci si vuole amare, non si deve forse prima odiarsi?

Io sono il tuo labirinto (Ich bin dein Labyrinth)!"

Friedrich Nietzsche



Introduzione


Per affrontare questo tema affascinante e complesso propongo di partire dal titolo del mio contributo che accosta la conoscenza al labirinto e alla figura di Arianna e della Metis. Rivisiteremo il tema del labirinto a partire da quello di Creta e scopriremo che Arianna, la Signora del labirinto, possiede una forma di intelligenza a cui i Greci diedero il nome di Metis, e con questo nome chiamarono la madre di Atena Minerva, la loro dea più amata. Nella nostra rivisitazione incontreremo due studiose contemporanee: Barbara McClintock, genetista molecolare e premio Nobel; Isabelle Stengers, epistemologa.

Considereremo la conoscenza come il tentativo di organizzare l'esperienza, dunque, come un ambito dell'esperienza, ambito caratterizzato da un particolare livello di problematicità. Proprio il vissuto problematico, connesso all'attività denominata "conoscenza", può essere considerato la fonte del nesso che lega tale attività con il labirinto. Infatti, si può dire che il labirinto rappresenti e simbolizzi in forma spaziale quello che l'enigma rappresenta e simbolizza in forma verbale: una sfida alla capacità umana di trovare soluzioni, anche di valore vitale. Il conoscere, infatti, non è mai un'attività gratuita, anche quando ne ha l'apparenza, in quanto comporta sempre un confronto con l'incertezza e il tentativo di gestirla. L'incertezza ci fa sempre compagnia in quantità differenti e con effetti emotivi diversi, a seconda dell'oscillazione del rapporto tra stabilità e mutamento dentro di noi e intorno a noi.

Ma cosa significa conoscere? Conoscere significa muoversi tra la descrizione, la spiegazione e la previsione. E sottolineo la parola "muoversi", anche nel senso che noi siamo sempre all'interno di un contesto, di uno spazio simbolico che condividiamo con quelli/e che hanno a disposizione i nostri stessi strumenti per dare senso all'esperienza. Organizzare l'esperienza, come dicevo all'inizio, significa, infatti, darle senso, o meglio, inserirla in un universo di senso, in una visione della vita, del mondo e della condizione umana. Conoscere, dunque, non è mai qualcosa di astratto posto in essere da un individuo isolato da una comunità; piuttosto, è un'azione di posizionamento all'interno di una comunità storicamente e geograficamente connotata. E aggiungo: è un'azione di posizionamento basata sull'esperienza della propria corporeità sessuata.

E' evidente che all'interno di una stessa comunità produttrice di senso ci possono essere posizioni differenti. Questo è un ulteriore aspetto problematico dell'attività conoscitiva, a cui facevo già riferimento inizialmente quando accennavo all'oscillazione nel rapporto tra stabilità e mutamento dentro e intorno a noi. Io stessa - mentre mi rivolgo a chi mi legge - sto parlando da una precisa posizione, che potrete decifrare soprattutto attraverso: il mio linguaggio con i suoi modi e i suoi contenuti, la bibliografia di riferimento, le note biografiche.

Chiarito questo, vi invito a muovervi con me in uno scenario in cui si intrecciano più immagini labirintiche, relative alla conoscenza, attualmente presenti nella cultura occidentale, di cui provo, in una prima approssimazione, a tracciare una lista:


a) labirinto come simbolo di "un'inestricabile complessità dialettica e razionale", come leggiamo nell'Eutidemo di Platone;


b) labirinto come simbolo dell'impossibilità della ragione occidentale di rendere conto di ciò che, invece, risulta "irrazionale", "anti-razionale", "non-razionale", soprattutto, nell'ambito delle scienze umane e sociali;


c) labirinto come simbolo della condizione soggettiva cognitivo-esistenziale connessa al recupero della qualità "iniziatica" dell'esperienza umana;


d) labirinto come esito della frammentazione del sapere occidentale in tante discipline, isolate una dall'altra e in lotta tra loro;


e) labirinto come immagine-guida per la scienza delle organizzazioni naturali ed artificiali, secondo l'opinione dell'esperto di labirintologia matematica, Pierre Rosenstiehl;


f) labirinto come immagine del multiverso culturale planetario inaugurato dalla globalizzazione, secondo la visione dell'etnopsichiatra Salvatore Inglese;


g) labirinto come traccia di una sapienza arcaica, incentrata sul culto di una divinità femminile, anche detta "la Signora del Labirinto".


Per dare corpo allo scenario che, come avrete intuito, illustra le vicissitudini di un modello di "ragione" e di "conoscenza", quello occidentale moderno e post-moderno, evocherò una serie di vicende storiche relative alla ricerca scientifica e filosofica degli ultimi sessant'anni.

L'esperienza del conoscere


Muoviamo, dunque, i primi passi in questo spazio simbolico che assomiglia tanto alle circonvolluzioni dei nostri emisferi cerebrali, così come alle infinite giravolte del nostro intestino. Immagino che abbiate notato il fatto che ho utilizzato ampiamente il termine "esperienza", perciò, chiarisco che intendo "esperienza" come: l'insieme del sentire e del pensare con l'immaginazione che, oltre ad espletare la funzione comunemente accettata "di rappresentare un oggetto assente oppure un affetto, una funzione somatica, una tendenza istintuale, non attualmente presenti"(1), sta in mezzo tra il pensare e il percepire a fare da tramite e da motore di accrescimento delle interconnessioni tra le varie parti della personalità. La funzione dell'immaginazione sarebbe, dunque, la chiave di volta che, attraverso l'integrazione di tutte le capacità, permette all'essere umano di esprimere a pieno le sue potenzialità.

A chi abbia un po' di dimestichezza con la Filosofia della scienza e con l'Antropologia culturale verrà subito in mente che, a fronte della vexata quaestio tra "razionalismo" ed "empirismo" come spiegazioni e validazioni del conoscere, con l'introduzione del "fattore immaginazione" sto proponendo qualcosa che proviene dall'ambito del sacro e dell'arte, in quanto funzione collegata all'irrazionalità, a differenza delle "idee", fonte di validità del razionalismo, e dei "dati empirici", fonte di validità dell'empirismo.

Ma procediamo con la massima gradualità e cautela, un passo per volta! Facciamo un bel respiro profondo e sentiamo la terra che ci sostiene attraverso il pavimento (e la sedia). Probabilmente vi state rendendo conto che sto facendo appello alla vostra capacità di far lavorare insieme e, quindi, di mantenere integrate: la vostra capacità sensoriale-emotiva; la vostra capacità di lavorare con le idee; la vostra capacità di immaginare "scenari-mondi" in cui muovervi. In sintesi, vi sto invitando ad essere presenti a voi stessi/e in modo pieno. Bene, ora, guardatevi intorno: questo è il vostro labirinto, siete voi stessi/e e il vostro mondo, nel momento in cui cercate di capire qualcosa di importante!

Una cosa che colpisce subito nell'avere a che fare con il labirinto è la sensazione di "starci dentro". E, subito dopo, la sensazione che è necessario diventare tutt'uno con esso per trovare la strada. E' quello che sto provando in questo preciso momento, mentre cerco di descrivervi l'ambiente-labirinto. E, mentre contatto l'esigenza di essere tutt'una con il labirinto della conoscenza, ecco che mi arriva un aiuto: mi ricordo della storia di Barbara McClintock, una eminente citogenetista. Negli anni '50, la McClintock individuò una funzione sconosciuta studiando i loci genetici soggetti a mutazione dei cromosomi del granturco: alcuni elementi genetici apparvero capaci di una "trasposizione autonoma", non indotta dall'esterno. Ma la cosa per noi più interessante è il modo in cui la McClintock descrisse il suo "orientamento centrato sull'organismo".

Nelle interviste che le sono state fatte, la biologa ha utilizzato ripetutamente espressioni come: "lasciare che la materia ti parli"; "lasciare che sia la materia stessa a dirti cosa fare", nel suo caso si trattava della pianta del mais. Dopo avere avuto cura di "conoscere" una per una le piante di mais a sua disposizione, osservandole fin dall'inizio e in ogni fase del loro ciclo di vita - perchè, a suo dire, ognuna è diversa dall'altra e le differenze sono importanti come le somiglianze -, una volta al lavoro con i cromosomi, per ore ed ore china sul microscopio, li vide diventare grandi tanto che si sentì insieme a loro nello stesso ambiente: "Io non ero più al di fuori, ma mi trovavo lì con loro, ero parte del sistema."; "Mi sentivo proprio come se fossi lì, e loro fossero miei amici."(2)

Proprio questa "sensibilità (feeling) per l'organismo", a suo dire, le permise di cogliere una caratteristica che fino ad allora era sfuggita alla ricerca, come se le piante del mais si fossero fatte "conoscere" da lei, dato il particolare rapporto che lei aveva instaurato con loro. La ricercatrice, infatti, aveva deposto spontaneamente l'atteggiamento di arroganza manipolatrice tipico del sapere occidentale e si era rivolta alle piante con sentimento di rispetto e comunanza, con il sentimento di appartenere allo stesso mondo-comunità.

L'esperienza della McClintock è, a mio avviso, un esempio della direzione in cui l'atteggiamento conoscitivo occidentale dominante, chiamato "scienza", potrebbe muoversi; infatti, parte fondamentale del rinnovamento dell'atteggiamento esistenziale-cognitivo occidentale sembra risiedere proprio nel recupero del sentimento di "sentirsi parte".

Il sentimento di "comunanza-appartenenza" può essere coltivato, come già detto, facendo danzare insieme il sentire, il pensare e l'immaginare, e questa danza è ciò che ci fa sentire profondamente e pienamente in contatto con noi stessi/e. Dunque, paradossalmente rispetto a certe convinzioni superficiali, proprio l'esperienza di essere profondamente e pienamente in contatto con noi stessi/e non si risolve in una chiusura individualistica, ma stimola, invece, risorse interiori che ci spalancano a vissuti di coappartenenza e di coevoluzione col nostro ambiente relazionale e naturale. In un clima siffatto, le opposizioni "società/natura" e "individuo/comunità" potrebbero trasformarsi in rapporto fecondo tra polarità esistenziali-relazionali.

Fin qui abbiamo provato a prendere confidenza con che cosa significhi, a livello esistenziale-personale, inoltrarsi nel labirinto dell'esperienza cognitiva. Ora, allarghiamo la visuale e cerchiamo di cogliere le caratteristiche dell'esperienza cognitiva dal punto di vista della storia dell'Occidente moderno.


Complessità, incertezza e dintorni

Una volta che ci si addentri nel territorio della conoscenza occidentale, ci si ritrova in un paesaggio frammentato, costituito da saperi in lotta, le varie scienze l'una contro l'altra, la scienza e la filosofia in guerra fra loro, un paesaggio davvero desolante e poco rassicurante, un vero labirinto.

Avrete notato che, fin dall'inizio di questo mio contributo, ho introdotto termini che hanno a che fare con la complessità e l'incertezza, le cifre del labirinto, ora, vi racconterò come questi termini, dopo essere stati relegati nella lingua di uso comune, sono entrati a far parte del mondo - spazio simbolico-roccaforte - dei/lle professionisti/e della conoscenza.

La nozione di "complessità"(3) viene alla ribalta all'inizio degli anni '80, gli anni della "fine delle ideologie", anche di quella "scientista". Parliamo di "nozione" e non di "concetto" o di "paradigma", si tratta, infatti, di un termine ricco di significati che transita tra vari territori: dai "domini" delle materie accademiche, a partire dalla scienza "dura" per eccellenza, la Fisica, ai campi della comunicazione mediatica e della lingua di uso comune. La nozione di "complessità" non ha uno statuto epistemologico assimilabile a quello delle nozioni scientifiche in senso proprio, non appartiene ad una teoria o ad una disciplina particolare, piuttosto appartiene "a un discorso sulla scienza", secondo le parole di Isabelle Stengers, epistemologa belga (4). Ricordiamo che l'Epistemologia è una branca della Filosofia che studia gli strumenti conoscitivi delle scienze: principi, metodi, teorie.

La possibilità di fare "un discorso sulla scienza" significa che si accetta che non solo possano cambiare le domande e le risposte, ma che possano cambiare anche i tipi di domande e di risposte attraverso i quali si definisce l'indagine scientifica. Si assiste allo sgretolarsi dei miti profani relativi alla certezza, alla completezza, all'esaustitività, all'onniscienza attribuite alla scienza moderna, e irrompe l'incertezza irriducibile delle nostre conoscenze, si ripiomba nel labirinto.

Alla base dell'impresa scientifica moderna, c'è l'identificazione della conoscenza con il tipo di formazione disciplinare inventato per le cosiddette "scienze dure", ma proprio dalla scienza dura per eccellenza, che abbiamo già detto è la Fisica, viene un'altra questione scottante, dopo la difficoltà di collegare la meccanica relativistica alla meccanica quantistica, ovvero, la questione relativa al secondo principio della Termodinamica. Ricordiamo che la Termodinamica è quella parte della Fisica che studia le trasformazioni mutue fra le varie forme di energia che si verificano nei vari sistemi fisico-chimici. Il secondo principio della Termodinamica si basa sulla definizione dell'energia termica come una degradazione dell'energia, in quanto non può ritrasformarsi in energia superiore (elettrica, meccanica, magnetica, ecc.), senza degradarsi a sua volta in parte in energia termica a temperatura inferiore, questo fenomeno è chiamato "entropia". Il secondo principio afferma che, in un sistema isolato, l'entropia cresce o, eccezionalmente, resta costante.

Negli anni '60, si comincia a parlare, da parte di Ilya Prigogine (5) - premio Nobel nel 1977 - di "strutture dissipative", sistemi lontani dall'equilibrio termodinamico, le quali mostrano un comportamento di "auto-organizzazione", invece, di scivolare verso l'entropia, ovvero, verso la morte. La teorizzazione relativa alle strutture dissipative permette di contemplare uno scenario in cui lo stesso sistema dispiega un comportamento duplice: in condizioni prossime all'equilibrio l'ordine tende ad essere distrutto; lontano dall'equilibrio si generano ordine e nuove strutture. Ecco che, finalmente, sembra apparire un ponte tra i fenomeni fisici e i fenomeni biologici improntato alla complessità! Il paradosso della duplicità - e non solo lui - scuote il razionalismo occidentale esondando dai laboratori e dalle aule accademiche, andando a scavare cunicoli che mettono in comunicazione le roccaforti produttrici ufficiali di senso con la società in cui, da sempre, dall'inizio dell'impresa scientifica nel XVI secolo, abitano e lottano, a volte resistendo a volte attaccando, visioni "anti-razionaliste".

Ma facciamo un passo indietro nel tempo che ci permetterà di capire da quale humus sono germogliati questi nuovi scenari. Dobbiamo indirizzare il nostro sguardo verso gli anni '40, verso il dopoguerra, per scorgere l'incontro di pensatori/trici e scienziati/e provenienti da differenti estrazioni disciplinari, che si incontrano in seguito agli eventi tragici che avevano sconvolto il mondo. Da questi incontri, spesso anche informali, nasce la possibilità di costruire alcuni canali di comunicazione tra le varie scienze, tra le scienze e la filosofia, tra le "agenzie ufficiali di senso" e il resto della società, e, quindi, anche la possibilità di mettere in discussione un modo di pensare e di cercarne un altro. Il "pensiero cibernetico" viene considerata la prima impresa scientifica esplicitamente transdisciplinare, in quanto mette a confronto e fa interagire studiosi/e che si occupano di: neurofisiologia, matematica, balistica, economia, antropologia, ecc.

Adesso occupiamoci un po' dell'incertezza. Il termine "incertezza", in ambito scientifico, è collegato alla previsione del futuro, per esempio nei campi della fisica, della meteorologia, della statistica, dell'economia, della finanza, dell'ingegneria, della sociologia, della psicologia, dell'epidemiologia, delle assicurazioni, ecc. Si tratta di cercare di applicare delle modalità di calcolo alla possibilità di comparsa di eventi futuri; tutto ciò ha visto uno sviluppo vero e proprio, negli anni '60, con l'avvento dei computer, i quali permettono di allestire soluzioni numeriche relative al comportamento di sistemi altamente complessi come gli organismi di un collettivo vivente, le reti neuronali, gli ecosistemi, ecc. Abbiamo visto, dunque, come il termine "incertezza" e quello di "complessità" risultino connessi dall'avventura bioenergetica.

Ricordiamo che la "complessità" e la "incertezza", in campo scientifico, ruotano intorno alla coppia concettuale "linearità/non-linearità". Una definizione semplice: un problema è definito "lineare" se lo si può scomporre in una somma di sotto-problemi indipendenti tra loro; se, al contrario, i vari componenti/aspetti interagiscono tra loro in modo che non è possibile separarli per risolvere il problema passo-passo o "a blocchi", allora si dice che il problema è "non-lineare". Tipico esempio di problema non-lineare è quello rappresentato dallo studio del sistema prede-predatori-cibo. Per studiare l'andamento nel tempo di una popolazione di animali in funzione della disponibilità di cibo, occorre tener conto dei predatori di quel tipo di animali. Dunque, è chiaro che la popolazione degli animali predati sia una funzione della popolazione dei predatori, e che, a sua volta, l'aumento o la diminuzione della popolazione dei predatori dipenderà dalla maggiore o minora presenza delle prede, non si può staccare una cosa dall'altra. L'analisi di una situazione ambientale come questa illustra la complessità dei sistemi viventi. I procedimenti ed i risultati relativi all'analisi suddetta, prenderanno in considerazione quantitativi di incertezza e di rischio. Spero, in questo modo, di avervi fornito un esempio chiaro della connessione tra complessità e incertezza.

Ed ora veniamo ai giorni nostri, sono passati quasi trentanni dagli anni '80, che cosa ne è stato dell'ondata della complessità? Possiamo cercare di rispondere andando a cercare notizie di due dei maggiori protagonisti di quella stagione, in realtà, ve li ho già nominati, si tratta di Isabelle Stengers e di Ilya Prigogine, i quali formarono, tra l'altro, un sodalizio professionale di successo. Cominciamo con Prigogine che si è spento nel 2003, mentre la Stengers continua la sua attività di epistemologa.

Qualcuno dice che Prigogine si sia perso nel labirinto che aveva evocato, ricadendo negli "errori" contro cui aveva combattuto, il riduzionismo e il determinismo; che non si sia accorto di quanto riduzionista e, alla fine dei conti, determinista fosse il suo progetto di una "nuova sintesi". Infatti, dopo la fase rivoluzionaria, in cui i sociologi della conoscenza lo avevano gratificato del titolo di "eretico", Prigogine con la sua "nuova fisica" rientra nei ranghi, forse, senza accorgersene, ma i sociologi attenti, invece, se ne rendono conto e passano ad includerlo nella categoria dei "normali". Sono settant'anni, infatti, che schiere di fisici cercano di riconciliare meccanica relativistica e meccanica quantistica, che cercano di formulare una teoria più generale, utilizzando gli strumenti usuali, concetti fisici rigorosi e solidi impianti matematici. Prigogine arriva, addirittura, a dichiarare di voler espungere dalla scienza ogni forma di dualismo, non volendo riconoscere all'essere umano alcun carattere di "specialità".

Certo, l'impresa del cambiamento dell'approccio occidentale alla conoscenza era ed è estremamente difficoltosa. La parabola del professor Prigogine, esimio scienziato, ci sia di monito. Torniamo, ora, ad occuparci del percorso epistemologico della professoressa Stengers: l'abbiamo lasciata al fianco di un chimico che si occupava con successo di Fisica, e la ritroviamo a fianco di uno dei maggiori esponenti dell'Etnopsichiatria, Tobie Nathan. Disciplina affascinante e di interesse attuale l'Etnopsichiatria, non c'è che dire! Ma di cosa si tratta?


Dalla Fisica all'Etnopsichiatria


Per l'Etnopsichiatria vale in modo più che appropriato la dizione "disciplina di confine". La sua stessa esistenza chiama in causa la consapevolezza del punto da cui ci si pone per produrre conoscenza, del "posizionamento", di cui parlavo nell'introduzione: il punto da cui si pone la "civiltà occidentale".

Tutto comincia con l'esperienza di alcuni medici e psichiatri, i quali, incaricati di portare Sanità e Psichiatria nelle colonie e in altre situazioni di confine, si posero in ascolto delle persone e dei/lle loro colleghi/e appartenenti ad altri mondi, co,me i/le guaritori/trici africani/e, i/le curanderos/as amerindi/e, gli/le sciamani/e orientali. "Confrontando pratiche e risorse, lavorando con loro, bevendo le loro pozioni, costoro finirono per riesaminare la loro propria cultura." (6) La loro cultura, la cultura occidentale, peraltro, come abbiamo visto, era già in una condizione di scombussolamento, dal punto vista epistemologico, a partire dal cuore del suo modello di produzione di conoscenza, ovvero, dal campo della Fisica.

In Occidente, il modo di produrre conoscenza degli altri popoli era stato definito "irrazionale" ai limiti dello "psicopatologico", se non addirittura "schizofrenia organizzata". Per trasformare questo quadro concettuale, i medici e gli psichiatri impegnati nel dialogo con i/le colleghi/e appartenenti ai popoli non occidentali, hanno potuto avvalersi del lavoro di studiosi di storia delle religioni e delle tradizioni, come Mircea Eliade (1907-1986), lo studioso romeno, che tenne per trent'anni la cattedra di Storia delle religioni nell'Università di Chicago, definendo un campo e un metodo autonomi per questa disciplina nata, a suo dire, nell'Ottocento positivista, proprio per distruggere la dimensione del "sacro"(7).

Infatti, fino a quel momento e, ancora oggi, da parte di molti/e studiosi/e delle religioni e delle culture altre, il modo di produrre conoscenza dei popoli non occidentali, è interpretato con gli strumenti della nosografia psicopatologica, cosicché gli/le sciamani/e sono considerati/e degli/lle psicotici/che. Un esempio di ciò è dato dall'inclusione degli stati di trance e di possessione nella classificazione dei disturbi mentali da parte del DSM IV, il più recente manuale dell'Associazione americana di psichiatria. Al contrario, Eliade, nel suo testo fondamentale sull'argomento, "Lo sciamanesimo e le tecniche dell'estasi."(8), affermò che lo/la sciamano/a svolge la funzione sociale di garante della salute psicofisica degli appartenenti alla propria comunità, in quanto depositario/a di dispositivi culturali produttori di senso fondamentali per la comunità stessa.

Un altro studioso a cui l'Etnopsichiatria fa riferimento è il nostro Ernesto De Martino (1908-1965), figura di rilievo internazionale nel panorama delle nuove scienze umane - Etnologia, Storia delle religioni, Antropologia culturale -, (9) il quale si propose di "riscattare la magia dalla posizione regressiva in cui la costringeva l'efficienza razionalistica dell'Occidente. (...) Sia in Lucania che in Puglia, De Martino animò, superando per la prima volta in Italia la barriere disciplinari, gruppi di ricerca cui parteciparono etnomusicologi, sociologi, antropologi, psicologi, psichiatri e documentaristi."(10) I suoi studi furono utili, per esempio, allo psichiatra Michele Risso che, alla fine degli anni '50, si occupava dei problemi di psicopatologia della migrazione italiana nella Svizzera tedesca.

La storia del'Etnopsichiatria va, dunque, contestualizzata nella cornice fornita dal tramonto del colonialismo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Inoltre, occorre considerare che si sostanzia, soprattutto, delle esperienze di psichiatri e studiosi "bianchi" e "di colore". Prendiamo in considerazione alcuni esempi. Nel 1952, esce a Parigi il libro dello psichiatra di origine martinicana Franz Fanon, "Il negro e l'altro", sull'alienazione dei colonizzati. Nel 1954, Thomas Adeove Lambo, psichiatra nigeriano, dopo aver studiato in Gran Bretagna la "Psichiatria comunitaria inglese", realizza nel suo paese d'origine, nei pressi di Ibadan, un ospedale aperto e "villaggi terapeutici", in cui integrare la psichiatria occidentale più avanzata con la medicina tradizionale africana. Parte fondamentale di quest'integrazione è costituita dalla valorizzazione della tradizione africana del Penc, "l'albero delle parole", sotto la cui grande ombra avvengono le riunioni comunitarie. Intanto, in Europa, la tragedia della guerra aveva prodotto una quantità di profughi; alla loro condizione di disagio psicologico si dedicò Henry B. Murphy, ufficiale medico dell'esercito inglese, che curò così l'avvio della "Psichiatria transculturale". In ambito statunitense, d'altra parte, George Devereux avvicinava psicoanalisi e antropologia, attraverso le sue esperienze sul campo con gli indiani Hopi in California e con i Sedang Moi nella giungla indocinese, coniando il termine "Etnopsichiatria"(11).

Negli anni '70, cresce l'autorevolezza di Devereux in campo accademico e, nel 1981, l'Università di Philadelphia organizza un importante simposio dedicato all'Etnopsichiatria. Devereux è malato e non può parteciparvi, morirà nel 1985. Il suo allievo più originale, Tobie Nathan, è deciso a trasformare le condizioni di esercizio dell'Etnopsichiatria clinica e a costruire un programma per attrarre e formare una nuova generazione di clinici e di ricercatori, in special modo tra gli immigrati in Francia. Dopo alcuni anni di pratica clinica nelle periferie della capitale, nel 1993, Nathan riesce a creare il primo centro strutturato di Etnopsichiatria francese, presso la Facoltà di Psicologia dell'Università Parigi VIII, e lo intitola al suo maestro.

Siamo così arrivati/e ai giorni nostri. Poniamo, dunque, attenzione all'esperienza di Tobie Nathan, psicanalista, psicologo e antropologo, con gli immigrati africani in Francia. Nathan, in quanto allievo di Devereux, ha ereditato dal maestro, tra gli altri strumenti concettuali, il trasferimento del "principio di complementarietà" di Niels Bohr dalla Fisica alla Psichiatria per cui: ogni oggetto di indagine autorizza spiegazioni all'interno di un particolare quadro di riferimento. Da ciò discende il fatto che l'impostazione concettuale dell'Etnopsichiatria si basi sulla convinzione che l'Antropologia e la Psichiatria contengano ciascuna delle chiavi di lettura complementari.

"L'Etnopsichiatria ammette soltanto di avere un metodo di interazione che favorisce l'emersione dei processi di costruzione sociale, culturale e psicologica del paziente. Al modo di una disciplina sperimentale essa espone il metodo alla prova di un problema concreto ma sconosciuto. Questo metodo è fornito di una propria tecnica di perturbazione del secondo soggetto della relazione terapeutica, il quale quasi mai si sottomette all'interpretazione del clinico, ma incomincia ad elaborare una propria spiegazione del disordine alla frontiera tra due perturbazioni: l'una diretta al paziente e al suo sistema culturale di riferimento; l'altra indirizzata verso i costruttori del dispositivo d'interazione, i quali la canalizzano ad influenzare anche le proprie appartenenze professionali e sociali."(12)

Facciamoci catturare, adesso, dalla descrizione che lo stesso Nathan ci offre di cosa avviene nel suo Centro:"Si immagini la scena. C'era il mio amico Lucien, il mio fratello yoruba (...) E' psicologo, psicoanalista, laureato in Francia. (...) C'era anche Hamid, psicologo di origine cabila (...) Era presente anche Marième, una Peul del Senegal (...) E Alhassane, un Peul della Guinea (...) E Geneviève, gioiosa Lari del Congo (...) (Siamo) Almeno in dieci. Tutti laureati nelle università francesi; psicologi e psicoanalisti, ma anche medici e antropologi. Con noi c'è Bintou (la paziente), una diciannovenne del Mali, di etnia Bambara (...) Sembra di essere al villaggio, sotto il sicomoro, in un pomeriggio, all'inizio della conversazione."(13) Marième, in alcune occasioni, lancia i cauri - delle conchiglie per la divinazione che Nathan tiene sempre in una tasca -, sedendosi a terra su di una stuoia. Le prescrizioni traggono spunto dalla visione del mondo della cultura di appartenenza del/lla paziente. Guardando questo scenario, possiamo comprendere perché Salvatore Inglese scriva che l'Etnopsichiatria "esplora con coraggio sempre nuove vie nel labirinto culturale del multiverso planetario."(14)

Nel libro "Medici e stregoni", scritto con Tobie Nathan, Isabelle Stengers espone le sue riflessioni sul "disincanto del mondo occidentale" a partire dall'analisi epistemologica del lavoro di Nathan. Si tratta del riconoscimento doloroso della perdita di "una risorsa di cui riconosciamo oggi il carattere prezioso, ma che sappiamo anche di non poter ricostruire in modo artificiale."(15) Si tratta, a mio avviso, della perdita della legittimazione a costruire visioni unitarie della realtà condivisa, come comunità produttrice di senso, che integrino "il visibile" e "l'invisibile", per usare termini etno-antropologici; perdita che va fatta risalire alle guerre di religione che hanno spaccato l'Europa cristiana nel XVI secolo, dando il via alla "modernità". In altre parole, si può parlare della perdita, da parte della classe egemonica, della legittimazione a produrre "un grande senso", un "mito fondativo", proprio quel "mythos" - narrazione espressa nel linguaggio simbolico - contro cui Platone aveva posto il "logos", fornendo, in tal modo, il modello del pensiero occidentale moderno.

Da Platone ad Arianna-Metis


Quando si studia Filosofia, a livello universitario, si fa sempre riferimento a Platone, da lui tutto parte e ritorna. Il famoso studioso di Logica matematica, l'inglese Alfred N. Whitehead (1861-1947), affermò una volta che i duemilacinquecento anni di storia della Filosofia non erano stati che una lunga serie di "chiose" a margine di Platone. Questa visione a me, studentessa universitaria all'ultimo anno, parve un vero labirinto desolante, da cui, fortunatamente, mi tirò fuori proprio Arianna porgendomi benignamente il suo proverbiale "filo". Se ne avete voglia, vi racconto come andò, e così guadagneremo l'uscita dal mio contributo labirintico.

Ella pose nelle mie mani un libricino dal titolo "La nascita della filosofia", scritto da Giorgio Colli (16), docente di Filosofia antica e curatore dell'Archivio Nietzsche. Da allora, questo libricino è sempre vicino a me, nel mio comodino. Ne fui catturata dalle prime righe:"Le origini della filosofia greca, e quindi dell'intero pensiero occidentale, sono misteriose (il corsivo è mio). (...) Platone chiama 'filosofia', amore della sapienza, la propria ricerca, la propria attività educativa, legata a un'espressione scritta, alla forma letteraria del dialogo. E Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano esistiti davvero i 'sapienti'. (...) Amore della sapienza, non significava infatti, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che era già stato realizzato e vissuto. (...) Sapiente è chi getta luce nell'oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l'ignoto, chi precisa l'incerto." (17)

Per capire a chi si riferiva Platone occorreva, secondo Colli, lanciare uno sguardo alle sue spalle, in una "tradizione, in gran parte orale, già evanescente e fioca per lo stesso Platone (...) E' alla più remota tradizione della poesia e della religione greca che bisogna rivolgersi"(18), proseguendo là dove Nietzsche si è fermato, andando oltre le immagini di Apollo e di Dioniso, con le quali egli ci ha fornito un'affascinante interpretazione del sorgere della tragedia greca ed una nuova visione della grecità nel suo complesso. "Un passo celebre e decisivo di Platone ci illumina al riguardo. Si tratta del discorso sulla "mania", sulla follia, che Socrate sviluppa nel Fedro. Subito all'inizio si contrappone la follia alla moderazione, al controllo di sé, e, con un'inversione paradossale per noi moderni, si esalta la prima come superiore e divina. Dice il testo: i più grandi fra i beni giungono a noi attraverso la follia, che è concessa per un dono divino...infatti la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, in quanto possedute dalla follia, hanno procurato alla Grecia molte e belle cose, sia agli individui sia alla comunità."(19). Dunque, la follia sacra, che fa da sfondo al fenomeno della divinazione, andava considerata come matrice della sapienza.

Il titolo del secondo capitolo del libricino mi colpì come un'illuminazione:"La signora del labirinto". Inizia così:"C'è qualcosa che precede anche la follia: il mito rimanda a un'origine più remota.", a cinque secoli prima che il culto di Apollo sia introdotto a Delfi, poco dopo la seconda metà del secondo millennio a.C. "Pausania ci parla di un Dioniso cretese, nel cui recinto sacro di Argo il dio stesso diede sepoltura ad Arianna, quando essa morì. Arianna è dunque una donna, ma anche una dea, secondo una testimonianza scritta, addirittura primordiale, 'la Signora del Labirinto'. Questa duplice natura, umana e divina, di Arianna, questa sua ambiguità radicale, ci attrae verso un'interpretazione simbolica di quello che è forse il più antico mito greco, il mito cretese di Minosse, Pasifae, il Minotauro, Dedalo, Teseo, Arianna e Dioniso."(20).

Fin qui, Colli, pochi anni dopo, nel primo numero di "Memoria. Rivista di storia delle donne.", dedicata a favorire il bisogno di radicamento e di articolazione del desiderio di conoscenza espresso dal movimento delle donne, mi imbatto in un'altra traccia che mi galvanizza: la ragione dell'età omerica e arcaica non era ancora il "logos" riservato agli uomini, ma la "metis", "che pur con particolari caratteristiche e all'interno di ambiti di applicazione ben precisi, apparteneva anche alle donne."(21). Nella bibliografia era indicato il testo di riferimento, scritto da Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant:"Le astuzie dell'intelligenza nell'antica Grecia"(22). Mi precipitai a leggerlo. E quale felice senso di sorpresa quando, poco tempo dopo, nella voce "Labirinto" dell'Enciclopedia Einaudi, curata da Pierre Rosenstiehl, eminente matematico, mi fu proposta la connessione tra: il labirinto, Arianna e la metis!

Seguite con me l'esposizione di Rosenstiehl, il quale, a sua volta, segue il viaggiatore nel labirinto:"...è proprio il viaggiatore a fare il labirinto...", in quanto il labirinto è "lo spazio che si sviluppa davanti al viaggiatore che procede senza mappa nel reticolo...", utilizzando l'astuta intelligenza, la metis, in un cimento che appare "come un rituale iniziatico". L'astuta intelligenza, la metis, s'incarna leggendariamente in Arianna. (...) Dalla metis è nata la labirintologia matematica."(23)

Veniamo, ora, al testo di Detienne e Vernant:"La metis è una forma di intelligenza e di pensiero, un modo di conoscere: essa implica un insieme complesso, ma molto coerente, di atteggiamenti mentali, di comportamenti intellettuali, che combinano l'intuito, la sagacia, la previsione, la spigliatezza mentale, la finzione, la capacità di trarsi d'impaccio, la vigile attenzione, il senso dell'opportunità, l'abilità in vari campi, un'esperienza acquisita dopo lunghi anni, essa si applica a realtà fugaci, mobili, sconcertanti e ambigue, che non si prestano alla misura precisa, né al calcolo esatto, né al ragionamento rigoroso. (...) Essa appare sempre più o meno 'in profondo', immersa in una pratica che non si preoccupa mai, anche quando l'utilizza, di renderne esplicita la natura né di giustificarne il modo di procedere."(24)

A questo punto, concludo, per ora, proponendovi di immaginare uno scenario in cui il "logos" - il "ragionamento rigoroso" non più monopolio esclusivo degli uomini -, si ponga in posizione ancillare rispetto alla metis per darne testimonianza nell'unico modo in cui ciò è possibile: gettando su di lei una qualche luce in cui, comunque, essa nel momento stesso in cui si svela, si ri-velerà, sfuggendo ad ogni presa definitiva - la sua è una natura di ninfa! -, perchè, in ultima analisi, essa incarna la complessità stessa della nostra esperienza della vita.


Note bibliografiche


(1) Umberto Galimberti, voce "Immaginazione" del "Dizionario di Psicologia", UTET, 2006, p. 458

(2) Evelyn Fox Keller, "Donne, scienze e miti correnti", in "Donne, tecnologia, scienza", a cura di Joan Rothschild, traduzione di Elisabetta Donini, Rosenberg & Sellier, 1986, pp. 206-209

(3) Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti (a cura di), "La sfida della complessità", Feltrinelli, 1985

(4) Isabelle Stengers, "Perché non può esserci un paradigma della complessità", in "La sfida della complessità", op. cit., pp. 61-83

(5) Ilya Prigogine, "L'esplorazione della complessità", in "La sfida della complessità", op.cit., pp. 179-193

(6) Piero Coppo, "Etnopsichiatria", Il Saggiatore, 1996, p. 9

(7) Mircea Eliade, "Trattato di storia delle religioni", Boringhieri, 1976

(8) Mircea Eliade, "Lo sciamanesimo e le tecniche dell'estasi", Ed.ni Mediterranee, 1974

(9) Ernesto De Martino, "Il mondo magico", Boringhieri, 1973

(10) Piero Coppo, op. cit., pp. 29-30

(11) George Devereux, "Saggi di Etnopsichiatria generale", Armando, 2007

(12) Salvatore Inglese, "George Devereux: dietro i nomi, la natura molteplice dell'Etnopsichiatria", Postfazione di "Saggi di Etnopsichiatria generale", op. cit., pp. 363-391

(13) Tobie Nathan e Isabelle Stengers, "Medici e stregoni", Boringhieri, 2002, pp. 34-35

(14) Salvatore Inglese, op. cit., p. 388

(15) Isabelle Stengers, "Medici e stregoni", op. cit., p. 138

(16) Giorgio Colli, "La nascita della filosofia", Adelphi, 1978

(17) ibidem, op. cit., pp. 13-15

(18) ibidem, op. cit., p. 14

(19) ibidem, op. cit., pp. 19-20

(20) ibidem, op. cit., pp. 25-26

(21) Eva Cantarella, "Ragione d'amore. Preistoria di un difetto femminile.", in "Memoria. Rivista di storia delle donne.", n°1-1981, Rosenberg & Sellier, p. 7

(22) Marcelle Detienne e Jean-Pierre Vernant, "Le astuzie della ragione nell'antica Grecia", Laterza, 1984

(23) Pierre Rosenstiehl, voce "Labirinto" in "Enciclopedia Einaudi", 1979, vol. 8, pp. 8-10

(24) M.Detienne e J.-P. Vernant, op. cit., p. XI