Livia Geloso, gennaio 2012
Il logocentrismo occidentale ha spezzato la ciclicità e si è ritrovato in mano la "circolarità" e la "linearità" disgiunte. Non ne è venuto niente di buono da questa disgiunzione: la circolarità, il ritorno quotidiano e piatto dell'uguale, ha caratterizzato l'attività "femminile" di cura, accudimento e riproduzione della forza-lavoro nell'istituzione-famiglia; la "linearità" ha caratterizzato l'attività "maschile", esprimendosi perfettamente nella "catena di montaggio" dell'istituzione-fabbrica, prima, e poi nella frenesia del mercato finanziario, dove nulla è prevedibile, dove si corre verso l'autodistruzione del sistema e del mondo. Come sta dimostrando la crisi economica in corso, prima crisi provocata dal folle gioco finanziario, folle proprio in quanto ha perso ogni rapporto con la concretezza della vita. E' evidente che occorre cambiare marcia. Forse, la riflessione sulla necessità del recupero, prima di tutto, esperienziale, della ciclicità, può contribuire al cambiamento. Io lo spero. Riprendiamoci la vita, (ri-)cominciamo adesso! La "ciclicità" è, prima di tutto un'esperienza, un'esperienza che riunifica tempo e spazio, tempo e corporeità. La ciclicità è la vita in noi, ed anche il nostro "essere vita". La ciclicità è un'onda, l'onda del nostro respiro, l'onda circolatoria del nostro sangue, l'onda delle nostre emozioni. La ciclicità è la possibilità di tornare, trasformandoci, e di andare avanti senza perdere ciò che è fondamentale...e di fare entrambe le cose insieme! La ciclicità non è "circolarità", ovvero, una "linearità" che gira su se stessa. La ciclicità è l'insieme della "circolarità" e della "linearità", potremmo dire che è l'insieme del "femminile" e del "maschile", dello "yin" e dello "yang". E' un movimento circolare che si dipana lungo un asse, che gli ci si attorciglia intorno, che lo avvolge.
Facciamo una breve nota antropologica e vediamo che l'Occidente ha tacciato di "circolarità" arcaica e ripetitiva le culture tradizionali, ovvero tutte le altre culture, contrapponendosi ad esse come unico esempio di "linearità" progressiva e progressista! La ciclicità, dunque, è una "esperienza" ma è anche una "rappresentazione": si tratta di riunificare anche qui una scissione logocentrica che segna l'inizio della storia dell'Occidente, e di provare ad affermare che nella contrapposizione "logos/vita", non è al concetto di "logos" che intendiamo più dare la precedenza e il valore, anzi, che vogliamo proprio cambiare modo di pensare il "logos", ovvero, il "pensiero razionale" e la sua funzione. Perché è possibile pensare la vita a partire dalla vita, non come un dono, ma come il fondamento; pensarla nel modo più completo possibile, quindi, in dialogo con la morte, con la morte come sua parte integrante, non come suo opposto inconciliabile.
Proprio il dialogo tra gli opposti è stato messo in crisi, soprattutto in Occidente, qualche millennio fa, ed è al risanamento di tale dialogo che è dedicato questo lavoro sulla ciclicità, ed anche alla "forma" di tale dialogo: la linea serpentina. La linea serpentina esprime graficamente il movimento perenne che avviene attraverso il trapasso nell'opposto. Ne parla diffusamente il grande regista russo Sergej M. Ejzestejn nelle sue riflessioni sul montaggio cinematografico, riportate nell'interessante raccolta "Il teatro e le leggi dell'organicità" (2006) a p.41: "Esiste una linea che sia sotto il profilo formale che sotto il profilo tematico si è dimostrata provvista di un senso che agisce sul piano dell'immagine. Ed è una linea di questo tipo ( disegno di una linea ondulata come la lettera "S" coricata). Essa esprime graficamente la legge di costruzione dell'intreccio narrativo. Essa realizza il massimo avvicinamento plastico alla figurazione di un contenuto psicologico contraddittorio. Si tratta di un'iscrizione grafica di questa regolarità fondamentale: il trapasso di ogni singola azione e dell'intero corso dell'azione nel proprio contrario." E ancora, sempre a p.41, leggiamo:"...la nostra linea è di per se stessa significativa, in quanto essa procede a mettere graficamente in immagine uno dei processi essenziali della formazione e movimento di un ordine naturale prestabilito. Se le cose stanno così, dobbiamo legittimamente aspettarci che questa importante linea curva sia stata utilizzata anche in tempi e luoghi remoti sul piano simbolico e culturale. E, in effetti, essa compare, per esempio, in Oriente, con un valore simbolico molto preciso, di solito, racchiusa in un cerchio (disegno del simbolo del Tao)." Nel pensiero cinese taoista questo è il simbolo della "generazione": rappresenta due draghi, uno bianco e uno nero, che si inseguono all'interno del cerchio, ovvero, rappresenta la natura duale-processuale della realtà, composta dallo yin e dallo yang, le due forme dell' energia, tra i vari significati.
(continua)

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